Ascoltare prima di parlare…
L’arrivo del cardinale Federigo Borromeo, presso la località di residenza dell’Innominato, induce quest’ultimo a ragionare, non senza un interiore combattimento, in un modo consono a un buon discernimento.
Il punto di partenza della “discesa”, che l’uomo aveva fatto in sé stesso, scatenata da un rimorso che questa volta aveva affondato bene i “denti” nella sua coscienza, oltre a condurlo alla disamina di tutta la sua vita, lo aveva reso edotto della sua necessità di invitare qualcuno ad abitare quella sua solitudine.
L’enigmatico personaggio intuisce che il prelato potrebbe avere per lui parole capaci di trasformare la sua desolazione in consolazione. Quelle parole, tuttavia, non possono raggiungerlo senza la mediazione di un incontro. Dopo un “tira e molla” con le sue resistenze, attraverso una serie di domande, l’Innominato giunge alla risoluzione di andare a parlargli:
“Oh se le avesse per me le parole che possono consolare! se…! Perché non vado anch’io? Perché no?… Anderò, anderò; e gli voglio parlare: a quattr’occhi gli voglio parlare. Cosa gli dirò? Ebbene, quello che, quello che… Sentirò cosa sa dir lui, quest’uomo!”.
La decisione d’incamminarsi, di mettersi in fila come un penitente qualunque, per incontrare il vescovo a quattr’occhi, gli fa compiere un ulteriore passaggio mentale: Non so cosa gli dirò, ma ascolterò quanto lui avrà da dirmi.
Giungiamo, così, al punto centrale di questa esposizione: In ogni buon discernimento, l’ascoltare precede sempre il parlare. Lo stesso Innominato è mosso a voler parlare con il cardinale, perché ha ascoltato, suo malgrado, prima le suppliche di Lucia e poi le istanze della propria coscienza.
La sua capacità di sentire con le orecchie, trasformatasi in un ascolto fatto col cuore, lo mette in crisi, e questa raggiungerà il suo climax quando finalmente riuscirà a colloquiare con colui che lo aiuterà in quel parto, che segnerà la nascita del suo cuore nuovo.
Innominato, cara anche a noi è la consolazione che desideri; è cosa nostra la tua titubanza e la tua incertezza nell’andare; ci appartiene il tuo bisogno di essere ascoltato, come anche la necessità di allenarci a un ascolto narrante.
2 risposte
Ascoltare. Ci lavoro ogni giorno. È un allenamento quotidiano. L’ascolto è un muscolo che va rinforzato è allungato con costanza. Altrimenti si indebolisce e senza non possiamo sostenere alcun confronto, acquisire alcuna nuova conoscenza di noo stessi e degli altri. Grazie Luigi
È così: l’ascolto ci fa umani!