Riparare e ripagare con il bene…
Quando, finalmente, l’Innominato si trova di fronte a Federigo Borromeo, è come se vivesse una metamorfosi da uno stato di abbrutimento, avviandosi sui sentieri della sua “umanizzazione”. Alessandro Manzoni descrive gli esiti di questo felice incontro, nei termini seguenti:
“L’innominato, sciogliendosi da quell’abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: – Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure…! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita! – È un saggio, – disse Federigo, – che Dio vi dà per cattivarvi al suo servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!”.
Ciò che qui si vuole evidenziare, al di là del sapore cristiano di cui è impregnato questo testo, è proprio il flusso di umanità sintetizzato da un abbraccio, quale epilogo di un dialogo avvenuto “cuore a cuore”. Tale è la carica emotiva del momento che l’Innominato sente il bisogno di andare oltre il contatto fisico, per rifugiarsi in quella che, sulle sue labbra, è una preghiera di pentimento.
Il suo refrigerio scaturisce dall’essersi sentito accolto, non giudicato, né condannato, da colui dal quale non si sarebbe aspettato altro che rimproveri. Il ribrezzo di se stesso, questa volta, non lo conduce a scendere ancor più in giù verso abissi esistenziali senza senso, ma lo eleva all’esperienza di essere un peccatore perdonato.
Chissà quante persone potrebbero trovare il loro “nome”, cioè il significato del loro esistere a questo mondo, se ci fosse qualcuno disposto a dare quell’abbraccio, misto a gratuità, che probabilmente mai nessuno ha dato loro! A quanto dolore metterebbe fine un tale coraggioso atteggiamento di accoglienza: a quello della persona che si tormenta facendo del male e a quello delle persone che egli tormenta con le sue opere malvagie.
L’Innominato ora è un “Nominato”, uno di fronte al quale non si prova più spavento, una persona della quale si può pronunciare, senza timori, il nome. L’aver sperimentato questo senso di rinascita colloca quest’uomo in una posizione di umiltà rispetto alla realtà e, dunque, gli dona la possibilità di cominciare a fare il bene.
La prima di tutte le iniziative benefiche, tuttavia, è quella di disfare i progetti di male in corso, restituire il maltolto, riparare alle sue malefatte e ripagare il male con tutto il bene di cui è capace e con tutti i beni di cui dispone. Il male, allora, sarà solo un brutto ricordo coperto da una nuova bontà relazionale.
Caro fratello, vorrei tanto conoscere il tuo nome, asciugare le lacrime dei tuoi rimpianti, aiutarti a ricostruire quanto è andato distrutto, commuovermi di fronte al tuo sbocciare a una vita nuova, attraverso un pentimento narrante.